ERNESTO SABATO

Ugo Attardi è riuscito a trasmettere alla materia la complessità esistenziale e metafisica dell’essere umano.
Risulterebbe impossibile rintracciare e comparare la sua eredità artistica, giacché la sua opera è il risultato di uno spirito originalissimo, un creatore libero e solitario anziché un artefice addomesticato dalle lodi e dagli applausi delle accademie.
Gli orizzonti della sua infanzia, nella provincia di Agrigento, esalteranno la sua sensibilità.  In commoventi passaggi del suo romanzo “L’erede selvaggio” farà rivivere la magia di quegli anni in Santo Stefano Quisquinà ma anche la fame, i sacrifici, la ribellione di suo padre e il terribile assassinio di suo zio lo adombrerà.  Così scrive “… una trama impercettibile: un’ombra di fatalità permaneva nelle cose e in quello splendore”.

Alla fine degli anni Quaranta, l’atmosfera tormentata dagli orrori della guerra lo allontaneranno dall’orientamento astratto che per qualche tempo – senza dubbi e interrogativi – aveva caratterizzato la sua pittura. Scosso dalla tragedia dell’uomo, dalla sofferenza che patiscono le vittime della violenza e del potere si abbandona al tema predominante.  L’audacia e il fervore appassionato con cui lavora non risponde a nessuna ideologia né partimmo, al contrario vede con partecipazione sia chi soffre sìa chi aggredisce, anch’esso vittima della violenza che esercita. Come ogni grande artista egli non pretende di addottrinare ma vuol comprendere una umanità che, paradossalmente, nel sacrificio si distrugge e si rigenera.  “Adiós Che Guevara”, “Mujer que cura un nino enfermo” e la serie dei disegni che compongono “Questo matto mondo assassino ” ci stupiscono per la loro bellezza, e per l’alto contenuto etico che concorrono alla dimensione estetica di questa opera.  L’energia sfrenata, il tormento e l’esaltazione delle sue figure ci richiamano alla profonda intuizione di Dostoevskij: “Dio e il Demonio si disputano il cuore dell’uomo”. La complessità dei fatti storici con la sua lotta incessante del bene e del male, di Eros e Thanatos, sono questioni che lo coinvolgono da sempre e che a partire dagli anni Sessanta daranno origine a un complesso di notevoli sculture: “La llegada de Pizarro “, “Cortès y la belleza de occidente “, “La vuelta de Cristóbal Colon “. La costernazione dei volti, la pulsione dei muscoli, la molteplicità dei piani definiscono il suo stile barocco che ci porta al soprassalto e all’ebbrezza. Il forte erotismo di queste figure sintetizza l’impeto smisurato di Lautrec e la sensualità nostalgica di Rodin. Colonizzatori che avanzano, donne-terra che si sottomettono, dimostrano, in questa grave parabola dell’esistenza, che la vita sempre ha qualcosa della conquista e dell’esilio.  Il vigore, la drammaticità e la forza scenica di questa opera è paragonabile a quanto Artaud esigeva in teatro, le cui parole servono a farci comprendere lo stupore che ci invade ad osservarle: “Per il nostro presente stato di degenerazione solo per la pelle possiamo risentire un’altra volta la metafisica dello spìrito”.

Ugo Attardi è senza dubbio, un autentico demiurgo che cattura in un istante il complesso,permanente e contraddittorio divenire dell’essere dell’uomo.

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