ALAIN JOUFFROI

ALAIN JOUFFROI

CRITICA, 1989

Attardi non disobbedisce alla logica tradizionale delle forme dell’allegoria.   Egli, in questo periodo in cui sono di moda la paccottiglia, il falso, la derisione post-moderna, ne assume i rischi non trascurabili, che consistono per un artista nell’a-ver l’aria di essere indifferente alla propria epoca.   Le sue figure sono proclamatorie.   Esse vogliono esprimersi, si direbbe che sono pronte a gridare, Ma non dimostrano nulla.   Sono portate, da un soffio, da una forza interiorizzata perché non rispondono ad alcun comando.   Non illustrano, non glorificano nulla, non condannano nulla: esse sono.   Ma quale è in verità quella forza che procede, che sembra davvero procedere per proprio volere?  Quale è la legge incosciente, cui Attardi ha scelto di non derogare? Tutto accade come se il suo incosciente stesso fosse abitato da forme, slanci, convulsioni, vettori storici.   Come s’egli fosse legato al tempo piuttosto che allo spazio in cui la sua composizione sorge come altrettanti alberi, dopo l’alluvione, o come dei relitti sugli scogli dopo il maremoto.   Il suo Vascello della Rivoluzione somiglia a un bastimento ricuperato d’un mondo che qualcuno ha deciso di eliminare, di non più mostrare né considerare.   E’ il “Titanic” di un’epoca vilipesa dai nemici attuali – innumerevoli – del divenire storico della rivoluzione.   Perché non vi è divenire senza la conoscenza di tutte le gradazioni dell’ombra: la faccia nascosta della luna, il Terrore. […]. C’è, nella sua scultura, uno squilibrio folle, una specie di veemenza convulsa, che fa pensare al Bernini, piuttosto che a Michelangelo.   Una coscienza istintiva della tragedia, che ricorda Zadkin, piuttosto che Rodin […],

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