CARLO LUDOVICO RAGGHIANTI

CARLO LUDOVICO RAGGHIANTI

CRITICA, 1976 Credo che Ingres stesso avrebbe lodato questo segno e questo plasmare di Attardi, tra i più sensuosi e struggenti, estenuati e impulsivi come nell’amore.  E non dubito di affermare che questa grafica dell’artista, e in essa i nudi gracili, ma pure esilmente conturbanti nei loro sdutti e moventi profili nudi di fanciulle supine, prone, di schiena, coricate, nella loro delicatissima contemplazione e passione, stanno tra le produzioni più originali, sincere, rivelatrici del tempo, anche nel coglierne turbamenti od èmpiti, che l’artista tocca con mano trepida e con ritegno o col riserbo che manifesta anche nella scrittura del romanzo. La modellazione di questi disegni e delle acqueforti rivela più che la pittura una vocazione e una ricerca che portano l’artista a una svolta che forse non casualmente è segnata anche dalla ricapitolazione mnemonica e dal mito della biografia adolescente e giovanile, quasi una sosta e un raccoglimento, lo credo che anche la tragica soluzione della primavera cecoslovacca e la coincidente morte per agguato di Che Guevara nel mato sudamericano abbiano scosso profondamente Attardi, come del resto ognuno di noi. Ed è probabile che nello stato d’animo di sconfitta sentita come propria, nel senso di solitudine o di abbandono che subentra alle perdite o alle catastrofi delle cose sperate, per l’artista si sia imposto come un imperio il bisogno generosamente reattivo di contrapporre alla cieca distruzione, ancora una volta, una vita inconsutile cavata dal dono della poesia. Attardi ha realizzato quella condizione universalmente comprensiva della poesia e dell’arte che senza alcuna concessione o compromesso di sorta, lo ha portato a questo vero e proprio trionfo, con una iconografia moderna del rovesciamento dei contrari concretata in forma tutta sensibile e di calmo dominio della bellezza come equilibrio interiore e fisico insieme. Su questa linea esigentissima Attardi ha dimostrato la sua maturità, proseguendola in una serie di sculture (fiancheggiate da opere di bianco-nero) che hanno avuto uno spoglio ancor maggiore del Pizarro, dove l’archeologia azteca è appena trasparente in una maschera del basamento, e dove i simboli delle perversioni e degli assassinii compaiono ancora come contrappunti corali in una tragedia che, pur nella sua virtuale violenza primeva, non si può rivivere se non in una forma supremamente decantata e armoniosa, come i delitti di Edipo si apprendono nel verso di Sofocle.

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