JEAN NOEL SCHIFANO

JEAN NOEL SCHIFANO

CRITICA, 1991

Oggi che si benedice tutto, in arte, che si integra tutto, in arte, che si digerisce tutto, in arte, tanto che si considera l’arte come un piffero inoffensivo o un giocattolo chilifero aumentato d’un valore borsistico, ah! il dollartel, e gli artisti come marionette biodegradabili della Corte repubblicana, oggi, Attardi è un caso unico di rifiuto. Gloria all’artista!… Egli ha infranto, ha rotto, ha trasgredito: dagli all’artista che non si piega! Perché l’artista è scandalo, non leccatore di sandali. È lo scortese che grida per tutti gli scorticati. Il suo barocco non ha niente a che vedere con le ricostituzioni da coturni. Non si gargarizza con la parola, la fa esistere. Non rifugge dalla nostra epoca in un’arte del passato, compresa, cerchiata, ingabbiata, ampollosa, evangelizzata, etichettata, declamata, debilitata, anemizzata nelle università. E’ un barocco esistenziale. E’ un barocco allo stomaco. E’ l’arte suprema della linea mobile, fragile, morente e subito sprizzante di vita, testimone della nostra epoca in cui, mai più di ora, il tempo ha suonato la fisarmonica con lo spazio in vertiginose diastole e sistole in cui, mai più di ora, i materiali, anche i più densi, anche i più fragili, si sono prestati a tutte le metamorfosi, ondeggianti, torte, capricciose dei nostri desideri; in cui, mai come ora, la terra è stata tanto piccola e l’universo tanto grande; in cui, mai più di ora, si è smontato e rimontato il corpo dell’uomo, cambiati i suoi organi, trasformato, trapiantato, dal più micro al più macro; in cui, mai più di ora, si è tanto allungata la giovinezza e l’esistenza mentre la morte atomica minaccia in un secondo di fare del nostro pianeta un cumulo di polvere… Il barocco, oggi proprio reale, è la nostra vita irregolare, sfasata, pazza, che esalta e corteggia la morte, irregolare come la perla portoghese che esce tormentata e lattea dalla sua ferita marina. Attardi scolpisce, dipinge, disegna questo mondo in cui viviamo, e gli specchi infranti che ci tende, concavi, convessi, smussati, senza foglia, testimoniano un realismo magistrale.  Direi dunque che Attardi è un maestro della sola arte che valga in questa fine di secolo; quella che io chiamo realismo barocco. Il cronista dei nostri poteri e delle nostre impotenze disegna da realista barocco la bellezza dei corpi e la loro infermità.  Ci si vede la fessura della donna e la fissione atomica; e, come un tiranno il suo popolo, l’artista non possiede la bellezza che mutilandola, che ingravidandola, che deformandola, perla nera o perla bianca, maschio o femmina, irregolare, sempre. Tutto questo turba gli occhi, disorganizza i neuroni, fa paura. Solo il corpo non mente. Attardi l’ha capito: il corpo è l’esatto specchio dell’anima.  Il mondo in cui regna la menzogna, a cominciare da questa scatola degli inganni, arma dei poteri, che si chiama televisione – letalvisione d’una civiltà bovarizzata – si handicappa, s’atrofizza, s’enuclea, si gambemozza ed amputa la nostra visione della verità e della bellezza.

Solo il mondo selvaggio, primitivo, può ancora salvarci nel suo urto con la nostra civiltà criminale che intesse fino all’aberrazione le forze di vita e le forze di morte. Attardi ce lo dice, basta seguirlo come un filo d’Arianna in un labirinto cruentato di latrati, dove il Minotauro è un Cerbero dalla terrificante voluttà: bisogna scegliere, nella vita, tra l’arte e il crimine.  In quanto agli arti amputati, fanno sempre male, essi sono presenti nella loro assenza, sono l’immagine stessa dell’artista vero di cui la società vorrebbe amputarsi e che, lui, si sente amputato di quella bellezza che cerca senza tregua nel legno, nel ferro, nel bronzo, sulla tela, sulla carta, e che spesso tortura nella rabbia d’averla inventata … L’invenzione della croce tra l’arte e il crimine … E Attardi diviene l’albero della croce, si scolpisce crocifisso, e le varie essenze che ha ferocemente unito prima di afferrare gli scalpelli si mettono a gemere, nel loro travaglio: è il tumore dell’anima del mondo, è il lamento eterno dell’artista, che si inchioda per rivelarci la sua passione dalla croce della creazione. L’artista cerca gemendo tra l’arte e il crimine.

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