Leonardo Sciascia

LEONARDO SCIASCIA

CRITICA 1972

Nello studio di Attardi, appena entrati ci troviamo di fronte a una grande (non soltanto nelle dimensioni) scultura in legno: un’allegoria della “conquista del Perù” in cui subito si coglie come una contraddizione tra la politezza della materia e l’atrocità delle forme, tra l’amore con cui la materia è stata cromaticamente giustapposta, scavata, levigata e l’orrore che ne è sorto.   Ma non è una contraddizione: l’amore è parte dell’orrore.   L’amore a rappresentare il mondo, a riviverlo, a restituirlo, e per Attardi misura della paura, dell’odio, dell’orrore in cui lo si vive quotidianamente, cioè storicamente e storicisticamente, in ogni momento del presente compreso il passato, tutto il passato, tutte le “conquiste”. E in questo senso, si direbbe che il tema della “conquista” domini le cose su due di questi anni: sculture, pitture, acqueforti.   E che l’allegoria della “conquista del Perù” ne comprende e susciti altre, di fatti che magari s’appartengono alla cro-naca cittadina, di delitti che scattano dal contatto e contagio venereo.   La “conquista” come delitto – e sarebbe già ovvio. Ma anche come difformità e deformità, come idropisia, come gotta, come luce – quasi che la limpieza de sangre, gelosamente affermata e custodita, a contatto della “conquista”, nell’avido e feroce possesso, si rivelasse finalmente marcìume, impotenza, follia.   E viene da pensare a quei versi di Lope de Vega, in cui parlando del Vangelo di Matteo dice “a quel famoso / Libro, que visto en las supremas salas, / confirma la hidalguia / de Cristo, por la parte de Maria” – e le supreme sale sono quelle dell’Inquisizione dove anche Cristo, per il suo lato umano, dovette passare al vaglio della “purezza del sangue”.   Ed ecco questa “purezza del sangue”, questa “hidalguia”, di fronte alla “conquista”, di fronte alla donna e all’oro, escrescere in nodi e tumori, gonfiarsi d’impotenza, tarlarsi di follia, La “honra” – l’opinione che un uomo ha di sé e su cui deve coincidere l’opinione che ne hanno gli altri: pena la morte degli altri o la propria – non resiste alla “conquista”.  Nella “conquista” non c’è nemmeno la morte: non quella degli altri, non la propria.  C’è il contrario giusto della “honra”: la vergogna, il disonore.  Pizarro e l’amore, una delle acqueforti più intense di Attardi, dice l’impossibile amore, l’impossibile morte, che è nella “conquista” e in ogni conquista.  L’impotenza e la violenza si sono rivelati come il contenuto della “honra”: e si può uccidere tutto, una donna o un popolo, ma non l’opinione dì sé, di sé nell’impotenza, nella vergogna, nel disonore Ed è immagine e parabola di tutta una “civiltà * un modo dì essere, che soltanto si salva per la forza di testimoniarsi: come appunto nelle cose di Attardi.

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