Ferruccio Ulivi

Nella scalpitante epopea artistica di Attardi, non è solo l’episodio frantumato di una ribellione solitaria che ci si obietta, grazie alle effigi della scultura, della grafica, della pittura, ma è un sentimento della storia, animato da un controverso giudizio della vita, che viene in luce, e che, a sua volta, anziché rifarsi a usurate tematiche classiche e umanistiche, proietta i temi di fondo in situazioni assolutamente originali rispetto alla comune nozione cronologica e topologica; con la ricerca, non si dirà di un oasi, a cui Attardi non crede, ma di una terra, di un continente perduto, in via di essere recuperato, e che sta per dileguarsi una volta di più. Attardi elude una scelta che dovrebbe far leva su un sentimento trascendente al positivo, oppure al negativo; e mentre ci offre una specie di obliqua ipotesi edenica, da paradiso perduto, con un perseguimento linearistico dell’immagine degno (fu detto) di un grande manierista, per un’altro verso innesta, nella splendente fisicità delle forme lo sgomento imminente dell’offesa, quasi che vi si infiltrasse il fuoco o il gelo del presagio.

Ferruccio Ulivi, 1985

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