FORTUNATO BELLONZI

Il simulacro del Conquistatore è la raffigurazione della bestialità matta. Il suo grottesco, se può invogliare a ricercarne ascendenti nell’arte romanica e gotica, o nei visionari nordici del Quattrocento, e magari nei plasticatori aztechi o maya, non accusa in alcun punto il peso erudito della citazione; e benché sia probabile che abbia accolte queste ed altre fonti di coltura, le ha rinnovate e fatte proprie, come avviene solitamente ai poeti che chiamiamo      “classici”, dei quali il commento filologico ci addita, quasi ad ogni pie’ sospinto, innesti e recuperi da una lunga tradizione letteraria: veri luoghi comuni della poesia che nondimeno ci paiono, e sono, immagini inedite. Basterebbe questa continua e spesso sottile dislocazione dei piani e dei volumi, che è la costante morfologica del gruppo statuario, a travolgere ogni ricordo di arte antica o contemporanea della quale può essersi avvantaggiata la formazione di Attardi.                                                                                                   Accennavo poco innanzi alle deformazioni non vistose, anzi spesso poco percettibili alla prima occhiata, le quali sommuovono il realismo e talora l’iperrealismo di queste sculture, e di altre che non fanno parte del ciclo della conquista spagnola. Se ora torno ad insistervi, è perché esse sono le metafore continue di una realtà ipotizzata ad un tempo come fisica e come trascendente; di una verità dunque che è tutta nelle cose nell’attimo medesimo in cui ne è tutta fuori, proiettata nel mondo dello spirito, se non vogliamo dire dell’intelletto, dove tomisticamnete l’esistere si invera nell’essere, e quest’ultimo non è già un’astrazione della metafisica se vi confluisce e gli dà nutrimento l’esperienza dei sensi. Tali metafore che sono l’incessante metamorfosi della realtà totale, integralmente fuori e dentro di noi (come nella “poetica” del Decadentismo europeo) sono la lingua di Attardi, la sua morfologia e la sua sintassi, che dove più dove meno palesemente svelano la tattica del discorso. Qui, come in altre opere, come anche nelle grandi statue muliebri, seppur con fervoso abbandono all’esaltazione del nudo giovane: statue che richiamano alla mente le eroine esotiche di Flaubert e gli idoli carichi di orpelli di Gustave Moreau, trs ornamenti del capo colossali, catene, manette, corde e pistole (gli occhi dell’artista vi indugiano ironici ma altresì incuriositi e complici, se non compiaciuti, per quella mischianza di servitù e di riscatto, di violenza detestata e di torrido amore) Attardi arriva a darci il meglio di sé e raggiunge una visione del mondo tra le più sincere e libere del nostro tempo. E fatalmente delle più amare, perché delle più responsabili, lucide e consapevolmente compromesse: della compromissione che accompagna, umanizza e fa credibili le denunce oneste, le riprensioni severe, la satira, lo sdegno.

Fortunato Bellonzi, 1980

 

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