RENZO VESPIGNANI

Molto si è scritto sulla capacità di Attardi di descrivere incubi infantili o fattacci di sangue, ma poco del suo evocare, con le apparenze “del crimine civilizzato”, la salubrità degli istinti, la dignità dei sensi quando sfiorano la profonda bassezza. Eppure, tutta la sua opera è panica piuttosto che moraleggiante e il suo dialogo con la colpa è dialogo d’amore, il tentativo, credo, di conciliare, Thanatos ed Eros come elementi necessari della realtà. Vita e morte, bene e male, convergono così nel volto della Regina, dando luogo ad un emozionante dibattito sulla natura della bellezza: diabolica e paradisiaca, primaverile e sinistra; canina per quell’arricciare le labbra sui denti, classica per la volumetrica solare. Qui, dove la pulsione erotica avvizzisce e trionfa, convivono forme eterogenee, citazioni impertinenti, riporti classicheggianti e detriti di culture primitive e totemiche: la Dama del mazzolino e Nefertiti, le bambole ridenti del Teotihuacan e la Madonna del roseto; un manierismo cangiante che non si intasa nella tradizione. Volumi, luci, sensi – colti, esotici, vernacoli – non s’addizionano, ma scolorano gli uni su gli altri, si stremano in una patina d’avorio e di porcellana così fisiologica, così indubitabilmente attraente e persuasa di se stessa, da porsi come “natura” al di là dei linguaggi e delle culture.

Renzo Vespignani, 1974

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