VINCENZO CONSOLO

(A proposito del gruppo scultoreo “Il Vascello della Rivoluzione”) sopra questa piazza, sopra le lastre e gli interstizi d’erba giace, si spande la grande piastra , la stupefatta maschera (le larghe gote, le nari, la bocca sopra i denti radi, ferini) del coro e insieme dell’attore che mosse ogni evento, ogni azione; sulla fronte di roccia poggiano i coni sovrapposti in cui scorse il filo della sabbia, che rovesciò il tempo, il calendario; e sopra, l’edicola, la cella in cui è costretto, col suo coriaceo petto di Prigione, il soldato: urge tra i pilastri, aggetta il duro cranio, il rigido braccio, il gonfio sesso; e ancora, sopra l’architrave, è il seggio del potere eccelso, la cavalcatura tronfia, oscillante: il cavaliere uncinato, dal tricorno sopra il vacuo sguardo o dal berretto a sonagli d’un Jolly trasognato, serra tra le cosce il volume d’una testa, la maschera di gesso, la spenta faccia, spenta nella stoppa dei capelli, nei velari degli occhi, nel sigillo delle labbra, di un re di scacco: pende dalla sua gola il braccio, il pugno appena schiuso che non trattiene più alcuno scettro. Appresso, o nella parte opposta, sulla prora, è l’altro gigantesco simulacro, il grande emblema, la somma allegoria di questa storia: d’un Perseo che ha reciso la testa bestiale e tenebrosa, spento lo sguardo che arresta e muta in pietra; d’un Aiace folle, d’un Prometeo scatenato, al cielo le ampie braccia, le mani serrate all’alabarda limpida, lunare. Un uomo dalle forti gambe, dal fecondo seme, dal nodoso torso di Lisippo o Michelangelo, dalla testa che risorge, ruota per tutto il vasto cerchio d’orizzonte, la bocca che s’apre in agghiacciante urlo, si serra, gli occhi duri e implacabili che guardano in avanti, dominano per sempre ogni futuro (“Ho piantato, in luogo degli occhi, grandi chiodi di ferro. Sporgono come pupille forti e tremende”).                                                                                                                                                    Parte un vascello… Un vascello sicuro e inarrestabile, che non teme Simplegadi, incagli, secche d’oscurità, d’impostura, d’ignoranza. E’ il vascello della mare e il carro ineluttabile del cielo. Un’Etna che dalle viscere sprigiona in alto, a colonna, ad arco, oro di frumento, semi, granuli di luce.

Vincenzo Consolo, 1989

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