ELIO MERCURI

Attardi, il dramma esistenziale

Sempre più in modo perentorio Ugo Attardi dà forma ad una sua intuizione o idea della vita, quasi ossessione, maturata negli anni nella ricerca di una pittura e poesia che costituisce oggi una delle esperienze più valide della situazione romana. Con ciò non vogliamo circoscrivere il significato della sua opera; vogliamo soltanto sottolineare un legame, intimo, segreto, tra questa città e la sua storia, e la memoria e gli umori dell’artista; la corrispondenza tra la ricerca di Attardi e questa atmosfera carica di miti e di leggenda, di poesia di estasi e di sangue per cui Roma è un mondo, dai mille volti e con un suo spessore irraggiungibile. E’ in quest’aria che Attardi ha visto crescere dentro di sè un’idea, e prima ancora una visione dove amore e violenza, la vita e la morte bruciano lungo le linee di una dialettica esistenziale sempre più presaga e partecipe di un destino comune. Abbiamo detto eros; cioè questa approvazione della vita fin dentro la morte, e al tempo stesso paura, ansia percezione insinuante della sua presenza. Elemento di questa tormentosa coscienza di violenza contro di noi: la maggiore violenza per noi è nella morte che, appunto ci strappa dalla nostra ostinazione di vedere durare quell’essere discontinuo che siamo.                     Così il senso dell’eros diviene l’erotismo, cioè disordine ed effrazione. Che cosa è infatti erotismo dei corpi, se non violazione dell’essere dei partecipanti all’atto? violazione che confina con la morte? che confina con l’assassinio?                                                                Siamo alla genesi degli Assassini di Attardi, o alle visioni stravolte di una nostra assoluta ossessione di personaggi destinati ad appartenere ad epoche inquiete di transizione, o addirittura nati fuori del tempo, un tempo che non può accogliere i nostri bisogni, e ci lascia invece in mezzo a circostanze a cui siamo impari; ci aggiriamo fantasmi in notti di sangue e fumo, in meandri di possibilità in cui si consumano le energie e ci disperdiamo nel vuoto. Il pittore ha afferrato nell’attimo sublime della poesia, che improvvisa interrompe il delirio e la febbre di una riflessione difficile, la immagine attraverso la quale dar corpo al caos di sensazioni, passioni o già idee e asseconda la spinta espressiva che ci libera dai grumi e i detriti; questa carica che forza nel colore e nella contrazione delle forme, i tratti, che nella nostra stoltizia diciamo naturali, alla ricerca di quel di più che Van Gogh sentiva necessario, perché l’uomo sapesse vivere oltre il suo dolore terribile; un di più che la partecipazione alla degradazione o disgregazione di questa età dell’ansia non è riuscita a spegnere del tutto. E’ lo stacco deciso da ogni richiamo a Bacon non soltanto sul piano delle forme, ma, ed è ciò che più conta sul piano delle idee, direi sul piano dello stare alla vita e alla poesia. Attardi domina l’immagine, per quanto collegata essa sia ad una dimensione stravolta e orrifica; perché la sente parte di noi, di questo sforzo a imprimere in essa i segni del nostro istinto. Attardi sa come la base della natura umana è costituita dall’istinto, e sa come le nostre frustrazioni, o la repressione ci impediscono di essere; e compie il gesto dei suoi assassini, di ribellione e di violenza, quasi a recupero di uno strato segreto di sé, dei simboli nei quali rivive incorrotta l’immagine di una nostra fondamentale libertà, perduta o dimenticata nel profondo. La sua opera è tutta dominata dalla certezza di quanto sia essenziale per l’uomo sussumere nella propria vita l’istinto; perché diventi nella globalità della psiche, forza costruttiva e non atto di distruzione; cioè violenza. E’ quanto spiega la sua partecipazione; quell’aria di tristezza o d’ombra, sottile sensazione che a poco a poco ci porta al dubbio, all’interrogazione angosciosa su un nostro possibile stato fuori della realtà; nella nostra pazzia.Siamo al momento emblematico dell’arte: una pittura della realtà come la sua, di paesaggi di fuoco nella luce di una Roma fantastica, e di ritratti di personaggi si carica di un elemento visionario; diventano ritratti immaginari, quasi immagini di sogno, o di uno stato intermedio e lucido di delirio controllato nel dormiveglia fino a toccare il punto a cui potenzialmente tendeva: l’autobiografia, o meglio, una mitobiografia. La sua non comune intuizione lo porta naturalmente ai limiti tra il nostro mondo tridimensionale e ciò che possiamo definire la quarta dimensione; cioè questa realtà o mondo delle immagini attraverso le quali si rivela la verità stessa dell’essere.Perché tutta l’opera di Attardi, dalla scultura alla pittura al romanzo, è riscoperta di sé, al di là delle apparenze è ansia di divenire quel che ognuno è, cioè uomo totale mediante la presa di coscienza, oltre i condizionamenti e la pesante repressione sino a divenire coscientemente ciò che egli è inconsciamente.Ma è tutto quanto oggi ci viene impedito, e allora la nostra immaginazione scivola lungo la lama affilata della pazzia, nella continua sospensione, in quegli spazi vuoti tra l’acquisizione di vita, una vita, la biografia come storia di un gesto, e il dubbio che tutto ciò sia soltanto nostra finzione; cioè mito e al tempo stesso sensazione e percezio­ne sottile e insinuante di una nostra ormai definitiva dissociazione: come stato comune, senza scampo, dove non c’è alternativa; soltanto semmai lo scatto di violenza cieca, che cerca di costituirsi, nella discontinuità del nostro esistere come un fatto, comunque irreversibile e assoluto, una sfida al non essere e al nulla, cioè realtà. Gli assassini sono tutto ciò, la rivelazione di questa struggente volontà di essere, di essere qualcosa, magari un gesto, che conclude sia pure in maniera stravolta, l’animalità sotterranea, la febbre del sangue, scoperta nella visione: che ha qui una funzione simbolica; la stessa dell’originario travesti-mento animale. L’individuale espressione umana dell’amplesso viene cancellata, ma, in compenso, la donna nuda, assume la dignità e la bellezza (e anche l’aspetto terrificante nella sua sensualità) di un demone. Sono anche altro, la testimonianza, o sintomo, dell’angoscia, della sofferenza esistenziale nella lotta contro il lato oscuro, l’impenetrabile mistero, dell’altro; il senso di solitudine invincibile; questo dare la testa contro la proibizione dal di fuori; contro la paura che è dentro; le difficoltà di comunicare.Così alla fine ritroviamo nell’opera di Attardi, il dramma della nostra esistenza; come esito o condanna senza scampo che precede l’estrema coscienza: siamo prossimi a quel presentimento di assoluto e di eternità, che è presentimento di totalità e di morte; al limite del non essere, però con esaltante emozione abbiamo sfiorato il segreto per il quale siamo, questo istinto profondo che è l’amore: cioè l’approvazione della vita sempre, anche dentro la morte, con la quale coincide la nostra umana verità.Così attraverso la mitobiografia, che ha lasciato affiorare il mistero che sta alla base del destino del singolo, di ognuno di noi, possiamo riavvicinarci all’uomo non più in un suo ritratto immaginario, ma in una sua storia.

                                                                                                      Elio Mercuri, Roma, febbraio 1970

 

 

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