GIOVANNI MACCHIA

A nessuno potrà sfuggire l’originalità con cui Ugo Attardi ha dato vita al suo progetto. I monumenti ai grandi eventi della storia dissecano spesso in simboli immobili, in un linguaggio muto, le passioni e le idee che quegli interventi hanno provocato e animato. Era l’idea della scultura che Baudelaire detestava. Attardi non è soltanto un grande scultore, è anche un pittore, un incisore, uno scrittore. E ha capito che la Rivoluzione, nelle sue accensioni e nei suoi orrori, nella sua set di libertà e di giustizia cui partecipò tutto un popolo, fu tra le tante cose anche un grande spettacolo, di uomini, di fatti, di azioni che potevano esaltare l’immaginazione di un artista, nella sua capacità di rappresentazione. E Attardi è un artista, nella sa capacità di rappresentazione. E Attardi è un artista moderno. E non si trattava per lui di narrare la Rivoluzione nei modi in cui l’antichità aveva rappresentato i trionfi di Marco Aurelio sui Marcomanni o di Traiano sui Daci o le fasi, in tempi moderni, della battaglia di Austerlitz: bassorilievi a spirale attorno a una colonna. La Rivoluzione non è soltanto una battaglia e non ha un solo eroe. I suoi eroi sono eroi di un giorno, assunti alla gloria delle supreme decisioni , e che poi il giorno seguente cadono come marionette. Narrare la Rivoluzione per immagini da artista moderno significava fermarsi anche in ciò che nella storia resta oscuro: i presagi, gli enigmi, i totem, frutto di una mentalità primitiva, che sarà spazzata e distrutta dalla luce della ragione. E’ insomma un grande teatro, visto dinamicamente  ove non c’è soltanto l’eroismo armato di ideali, ma la paura, la voluttà, il piacere, il sangue. E’ una visione moderna dunque di un grande evento storico realizzata entro la mobilità di un vascello che scorre verso l’avvenire, un vascello che è il simbolo e lo stemma della città della Rivoluzione: Parigi.

Giovanni Macchia, 1988

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