UGO ATATRDI – ULISSE: L’APPRODO NEL TERZO MILLENNIO

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IL MIO ULISSE

1510
Scambio di doni tra il Maestro e il Governatore dello Stato On. George Pataki (A destra il Ministro Amb. Charles Gargano e il Vice ministro Prof. Paolo Palombo)

Ho iniziato a modellare questa scultura, rappresen­tante -Ulisse- (figura paradigmatica della cultura occi­dentale). qualche tempo prima che ne conoscessi, con gli esiti della sua apparenza, la definitiva collo­cazione. Non sapevo quali occhi 1 avrebbero guarda­ta e quali luci solari l avrebbero toccata e resa piasti camente viva.Il mare e i suoi percorsi (strade dei miei sogni) han no da sempre alimentato il mito e la fascinazione del­la voce -Ulisse-, e per gli echi di tale voce mi son calato di volta in volta nelle trame del soldato acheo, del marinaio, dello scopritore di cose ignote e infine dello scultore.L inquieto desiderio di dar vita al rito d inverare pla­sticamente l’eroe dell’avventura e della conoscenza mi ha accompagnato come una sorta di ininterrotto sogno dall’infanzia alla maturità.Ho memoria delle mie prime prove, vissute attraver­so le azzardate recite dei giuochi dell’infanzia più che affrontate con ideazioni plastiche.Ma poiché considero il giuoco un tentativo estetico, un sogno d arte e di vita (dato che della umana esi­stenza sceglie i temi e ne recita e anticipa le vicende: la guerra, la caccia, l insidia. il tradimento, gli affan­ni della maternità, l’avventura e il viaggio), mi si per­doni se per dire delle decisive impronte d una scultu ra accennerò a qualche momento autobiografico. Mio padre – prigioniero d un ordinamento politico che non amava – governava il proprio amaro dis­senso vagheggiando fughe, ritorni e filosofiche vittorie a danno dei suoi avversari: novelli proci predato­ri d ogni democratica libertà e la cui presenza e azio­ne troppo I opprimevano e l’offendevano.Nei rari momenti di pace che i suoi mali gli accorda­vano. seduto innanzi al mare, aspirando l’estiva leg­gera brezza marina (che pare non giovasse ai suoi polmoni malati) mi narrava dell energia, del coraggio del marinaio, della saggezza e delle trame (scaltri inganni di inventore e di eroe) del distruttore di Troia. Udivo il cozzare delle armi, le grida dei caduti, e, nella mia esaltazione, identificandomi nell’antico Greco piangevo senza vergogna (che gli eroi del l antichità umanamente piangevano) la perdita dei compagni.Vivevo con lui le sue stesse visibili irrealtà; poi. nel tempo lucidamente riesaminandole, mi convincevo della magica duplicità dell arte, della forza rivelatrice che corre tra verità e finzione (ché anche Ulisse, alla fine, per vincere, s era fatto scultore).Avevo sei anni quando mi persi in mare. Nella città di Palermo, frequentavo con la famiglia la breve spiaggia dell Acqua Santa. Ogni sera, spingendo con la pagaia un sandolino, mi allontanavo sul gran cor­po del mare per cercare un antro, detto la -Grotta della Regina», che s’apriva lungo la scogliera dell A* renella. M attraevano gli spazi e i miti, ma insieme ai miti idoleggiavo le donne (strane creature dalla miste­riosa bellezza); perciò, al tramonto, nella magia d’u- na luce tremula, inseguivo l’allucinatoria visione di quella Regina che. si diceva, anticamente usava bagnarsi nelle acque di quella grotta.Un leggero vento di traversia ostacolava il mio anda re; a fatica superai la ricurva che delimitava i confini della conca di quella povera spiaggia di città e volsi il mio legno inseguendo la scogliera che s estendeva a ponente.La luce della sera s era fatta ancor più dolce e ingan­nevole. Stanco e sudato giunsi infine innanzi alla grotta, ma esitai a entrarvi: ora una forza sorda m’at­tirava verso le rocce che. scavate dal lavorio delle chiedere aiuto. Solo, nel buio, non riten­ni bello mettermi ad abbaiare contro quell immenso vuoto come un cane impaurito. La dignità, la cogni­zione dell abbandono, l’orgoglio della solitudine me l’impedivano.Finii col desiderare di farmi simile a una finzione per nascondermi: essere la pagina d un libro, un raccon­to. o un sogno già diventato memoria. Ulisse.(Fui ritrovato al mattino e riportato a riva. Poiché ero stato pianto, venni istericamente maternamente bastonato e poi subito rifocillato con un pane imbot­tito di frittata.)Ed ecco la statua: il corpo. Telmo, la ragione, lele- ganza. I oltraggio. la finzione, il coraggio, il viaggio. I \o cercato nel bronzo di esistenziare la carnalità, la trepidanza e l’energia della figura, la geometria della danza e un implacata avida determinazione di cono­scenza. Ho cercato di dare coi mezzi dell arte plasti­ca vita alle molteplici risonanze della voce Ulisse: nome. mito, racconto e prenatale sogno. Voce evo­cante ombre, parole, passioni e processi mentali consostanziali ai cieli di remote stagioni (-quando sacra era solo la bellezza»), e tuttavia alitante nella nostra insaziata ragione, contemporanea ormai a molte epoche e alla idea d’un preesistente futuro. Irradiazione di ombre e suoni densi di fascinazione, ma forse enervanti i meccanismi d un arte impegna­ta a far vivere nel bronzo la forza del mito energia dell antico eroe scaltro e avveduto. Voci irripetibili, se non ci si avvale dell esperienza e della storica memo ria dataci dalle costanti cadenzate nostre moderne migrazioni: misere, avventurose, nobili e straccione.Grande Poema, non scontri e vendette, nostalgia della sposa e amori ho potuto -raccontare- awalen domi del testo e delle mille letture e interpretazioni che di quel testo sono state fatte: ma. col linguaggio delle mani che ammassano la creta e martellano il bronzo, ho voluto nell impastare la mia figura darle forma che s animi della magia d’un Golem: e si fac­cia viva, nobile, maligna. Una libera immagine dun­que. priva delle letterarie suggestioni a cui invece ora scrivendone inevitabilmente ricorro. Un immagine plastica, spero, vibrante d energia e delle espansioni che. con Jean-Noöl Schifano, definirei d un -barocco moderno».Ulisse-Nessuno spesso vinceva celandosi; e così, al corpo feroce di bellezza e ellenica eleganza (e qui intendo, associando l impeto della ferocia all idea di bellezza, contraddire proprio l ellenismo). s’unisce e si contrappone l elmo^maschera che del volto dell’e­roe guerriero cela e rivela debolezze e umane com­plessità. Maschera oscura, camaleontica primitiva corazza risonante d aggressività e d oltraggiosa fie­rezza. stravolta traduzione metallica d un volo per diffondere panico e nascondere la paura: cassa riso­nante di grida ferine, scudo osseo, dilatato pensiero, calcolo, spietatezza e pietà.Ma ecco che discorrendone, costretto nelle parole, torno all interpretazione del racconto: e dico le sug gestioni ricevute grazie al Poeta che mentre scrive -abbattute le mura di Troia» e -ricevutone il premio eccellente» ci fa vedere l’eroe che imbarcandosi già tesse le trame del ritorno, e. nei percorsi del mare, con navi inadatte a stringere il vento, sostenuto dalla ragione e dalla tenacia, sfida le gelosie e la passiona­lità degli Dei. e vince l’ostilità degli oceani, l’asperità delle coste e le avidità degli uomini.Ma ora. considerando la fatica e gli esiti della mia ideazione, devo pur riflettere sull intimo destino dello scultore. E ne concludo che tradurre in apparenza plastica i sogni e le tante visioni che muovono dalla voce Ulisse è stato ancora un confrontarsi con una primaria ossessione: quella di far vera una finzione e rendere presente e possente una figura data dalla scrittura, da aionate ombre e ritmi lontani, ricorren­do. come in un viaggio per mare, alle proprie espe­rienze e temerarietà, alla forza della ragione e dell’a­nimalità. a vizi e a estetiche virtù.Da sempre infatti so che lo scultore, volendo dar vita e calore alla sua pietra-visione, finisce col colpire, carezzare passionalmente e dar forza a un apparen za mai totalmente inverabile. rivelando, si. qualche universale o solo intima verità, ma costruendo anche una figura vagamente simile a un sublime inganno: un oggetto d’arte che lo apparenta a Ulisse, che da guerriero si fece scultore: tramando e costruendo una trappola-statua per giuocare e vincere gli avver­sari celandosi dietro le forme e le seduzioni dell arte. La fatale mole del cavallo-dono da lui costruito fu anche la sublimazione estetica d un carro dal ventre pregno di armati che. superate le diffidenze degli avversari e le loro mura, avidi di saccheggi e di stu­pri. poterono distruggere «l’alta città di Priamo-.Ed ecco l’ansia antica dello scultore: sfiorare e cer­care di infondere totalità di vita a un apparenza sen­za mai interamente riuscirci; e solo restando in qual­che modo vincente col superare la propria tempora lità permeando di sé. e d una generale coscienza, l’immobilità dinamica duna statua.Dunque lontana è Itaca, anche per lo scultore: che spesso nel suo sfibrante esaltante percorso, impe­gnato a stringere i venti dell immaginazione per dare rilevanza plastica, voce, respiro e condivisibili esiti emozionali a sogni e mentali ossessioni, gli può acca­dere che sulla sua strada si infittiscano a ostacolarlo chiusi ambiti burocratici e non prefigurabili barriere concettuali.Ma. forse, più d’altri io sono fortunato. Due esem­plari ho fuso di questa mia statua. La prima da più DI un anno vive collocata permanentemente sotto le luci del cielo di New York, in Battery Park City, a Manhattan, grazie al culturale interesse del governa­tore dello Stato di New York, onorevole George Pataki; e ora. 1 altro esemplare viene collocato e reso visibile a Roma, nell atrio di Palazzo Valentini. per l’entusiasmo e la vivacità culturale del compianto presidente della Provincia onorevole Giorgio Fregosi e di tutti gli onorevoli assessori e i Consiglieri che compongono la Giunta.Un artista ha sempre una certezza di sé. pur tra dub­bi. esaltazioni, timori. Tuttavia il poter mostrare gli esiti delle proprie ideazioni e delle proprie fatiche è vitale soddisfazione, parte non secondaria d’un suo risarcimento.

Ringrazio e fervidamente saluto tutti coloro che in questo mi hanno aiutato.

Ugo Attardi

1506
Ugo Attardi in studio con Carlo e Anita Ciccarelli.

 

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